- Ringrazio ancora tutte le persone intervenute alla presentazione del libro Arturo e dintorni, svoltasi nella magnifica aula consiliare dell'atrio Principe (tanto evocativo per me e i miei giovanissimi amici di allora).
Ringrazio - ma l'avevo già fatto separatamente - il sindaco Vincenzo Cacioppo, Francesco Di Maggio e i ragazzi dell'associazione “L'Incontro”, per la perfetta organizzazione e per quel filmato,
bellissimo che sono riusciti a realizzare; Elena Beninati, tanto giovane e già così brava; tutti gli amici che hanno voluto parlare, partecipando le loro emozioni e quelli che non sono riusciti a
farlo, o hanno preferito tenersele dentro.
Ho già avuto modo di dire come è nato Arturo e dintorni. All'inizio era un ingorgo di battute che stavano saturando la mia mente. Da qui la partecipazione, quasi scherzosa, agli amici di scrivere un
libro - a scopo terapeutico, quasi una autopsicoanalisi - nel quale rinchiudere, una volta per tutte, quella folla di personaggi. La cosa sorprendente, per me, fu che questi soggetti incominciarono a
muoversi autonomamente, sfuggendomi di mano, per recuperare il loro linguaggio e suggerire loro a me la trama. Pertanto, voglio dire che i personaggi vanno valutati per quello che sono sulle pagine
del libro e non, in quanto realmente esistiti, per quello che sono stati nella vita reale. Mi sono lasciato catturare completamente dall'avventura dell'immaginazione, per cercare di mantenere una
certa fluidità nella narrazione, allo scopo di farla somigliare il più possibile alla vita stessa, che è e diviene.
Ho incontrato - sere fa - un amico di lungo corso, un veterano: uno di quelli con i quali si faceva l’alba. Ogni volta che lo rivedo, non posso fare a meno di rivedere, come in un film, la stessa
scena: una luminosa mattina d’estate - saranno state le sei o giù di lì - in compagnia di altri due tipi, uscivamo dalla sezione del Partito liberale, che si trovava in via Minghetti, sopra la
farmacia Giammalva, dopo una nottata – penserete voi - di appassionate discussioni politiche su Malagodi e Pannunzio. No! Eravamo reduci da una seduta di poker, dalle sei del pomeriggio precedente,
come molte altre notti. Solo che quella mattina, imboccando corso Umberto, incrociammo il padre del mio amico che saliva a dorso di mulo, per andare a lavorare in campagna. L’onest’uomo ci salutò con
benevolo stupore, e con un affettuoso: “Picciotti, matinata, facistivu”. E il figlio, faccia di bronzo: “Si, Papà! Stamatina avemu un saccu di cosi di spirugghiari”. Questo amico, con un senso quasi
di compiacimento, mi disse: “Sai? Arturo e Dintorni è il primo libro che leggo in vita mia, e mi è piaciuto tanto che l’ho letto già due volte”. Ho cercato di capire le motivazioni di tanto
interesse. Mi venne in mente una frase di Cesare Pavese che, quando lessi per la prima volta, mi folgorò come fosse una delle verità rivelate: “Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da
noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra - che già viviamo - e facendola vibrare ci permettono di
cogliere nuovi spunti dentro di noi”. Pensai che le mie parole scritte avevano raggiunto quella zona della sensibilità del mio amico, nella quale risiedevano le sue parole non scritte. Spero che il
mio amico lo rileggerà ancora, per trovarvi chi sa quali nuovi spunti, per poi cambiare libro e rendersi conto che, in tanti altri libri, ci sono parole sue che aspettano di risuonare. A questo
punto, si può forse dire che tutti abbiamo dentro di noi romanzi non scritti, che scorrono come fiumi sotterranei, che cercano di uscire fuori, non importa da chi.
Vincenzo Rizzuto
Già nel nostro giornale "L'incontro" ho parlato del magnifico libro "Arturo e dintorni", che mi ha affascinato tanto da leggerlo subito due volte. Cosa posso dire ancora? Cerco di pensare,
cercherò di non ripetermi. Mi viene in mente ciò. Oggi siete riuniti in questa bella Aula Consiliare per la presentazione del libro, siete dentro questo luogo ricco di storia antica, fra queste mura
forti e possenti costruite dai Gesuiti venuti in paese intorno al 1648. Intorno a questo Palazzo, a li lati di la Turri, si sono sviluppate le prime case, piccole, povere modeste che hanno costituito
il primo nucleo del nostro paese. Partendo da qui, nei decenni successivi pian piano è cresciuta Camporeale e con essa è nato non soltanto un luogo geografico ma soprattutto è germinato quel che
voglio chiamare "l'uomo camporealese". Vincenzo Rizzuto ha descritto in maniera magistrale le caratteristiche di quest'uomo camporealese. Noi ci distinguiamo antropologicamente dal territorio
confinante con noi. L'avere fatto parte fine al 1954 della provincia di Trapani e poi di Palermo, secondo me, ha avuto una influenza positiva nella formazione del nostro carattere e dei nostri modi
di fare. Ciò è evidente soprattutto nell'inflessione della voce, nel tono del dialetto, che fanno in modo che il nostro modo di parlare, la nostra "parlata" risulti delicata, melodica, attraente,
perché è dolce non sguaiata. Così avviene anche nella formazione della personalità camporealese che Vincenzo ha messo in luce. Una formazione, una educazione che viene da lontano, da quel gruppo di
padri Gesuiti che hanno iniziato ad amministrare con competenze innovative e moderne una vasta masseria di milleduecento salme di terreno, non per arricchirsi ma per sostenere a Roma il Collegio
Romano, l'odierna Università Gregoriana, dove si formavano i missionari che si spingevano in tutto il mondo. A Camporeale i Gesuiti hanno formato le nostre coscienze, hanno educato i nostri
progenitori, secondo i veri valori e le uniche certezze della fede in Gesù Cristo. A loro dobbiamo essere grati ancor oggi, perché per primi hanno educato la nostra umanità e plasmato il carattere di
noi camporealesi. Esso è fondato sui valori della famiglia, dell'accoglienza, dell'apertura verso l'altro, dell'essere libero e non volere soggiacere a nessun condizionamento, di essere cordiale,
arguto, intraprendente, furbo e generoso. “Arturo e dintorni” fa emergere queste caratteristiche dei camporealesi. Nei vari episodi c'è sempre un padre o una madre che vigila sulla famiglia. Oltre
alla famiglia un ruolo fondamentale nella nostra formazione ha la piazza. Infatti le azioni vengono pensate, le singole intuizioni vengono elaborate in quel tratto di strada che va dal monumento a lu
cannulicchiu, ed ancora io aggiungo, dal monumento a la cabina, e di la cabina a lu cozzu. Veramente la strada diventa maestra di vita. Nella strada e intorno alla strada si svolgono gli episodi che
si susseguono come nella scena di un film. Infatti, leggendo “Arturo e dintorni” ho avuto la sensazione non di leggere un libro ma di assistere alla visione di un film. Mi auguro che un regista
presto legga il libro e ne faccia un bel film, La piazza, la strada fotografa molto bene l'animo del camporealese. Il circolo, il bar, la bottega, la passeggiata nella via principale, sono i luoghi
della socialità, del confronto, dell'amicizia. Mi auguro che tutto ciò continui ancora adesso per le nuove generazioni. Grazie Vincenzo, perché anche con questo tuo libro Camporeale a maggior ragione
per noi, sarà sempre al centro della nostra esperienza umana e noi saremo ancor più orgogliosi di essere camporealesi.
Gaetano Solano
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