Giuseppe, secondo il Nuovo Testamento, è lo sposo di Maria è padre putativo di Gesù. Il nome Giuseppe è la versione italiana dell’ebraico Yosef, attraverso il latino Ioseph. Giuseppe, Maria e Gesù bambino sono anche collettivamente chiamati Sacra famiglia.
La devozione a San Giuseppe nel monrealese
In tutto il territorio dell’arcidiocesi il culto al santo patriarca è diffusissimo e vivissimo. Anche questo culto è di derivazione ottocentesca, periodo in cui il culto a san Giuseppe ebbe il suo massimo splendore. Il fatto più importante fu la proclamazione, l’8 dicembre del 1870, ad opera di Pio ix, di san Giuseppe a patrono di tutta la Chiesa. Già nel 1847, lo stesso pontefice, aveva esteso a tutta la Chiesa la festa del patrocinio del santo fino ad allora celebrata solo da alcuni grandi ordini religiosi come i carmelitani.
Il culto al santo patriarca assume lo stesso significato di quello della sua sposa: proteggere la Chiesa. La festa fu fissata per il 19 di marzo. Il 15 agosto del 1889 Leone xiii con l’enciclica Quamquam pluries dichiarò san Giuseppe patrono speciale della Chiesa cattolica. Lo stesso papa, il 3 marzo del 1891, dichiarò il 19 marzo essere festa di precetto. Nacquero le litanie del santo, la pratica dei sette dolori e delle sette allegrezze, il rosario di san Giuseppe, lo scapolare, il mercoledì a lui dedicato e il mese di marzo a lui dedicato. Nacquero anche confraternite a lui intitolate, pie unioni, sodalizi, congregazioni religiose a lui intitolate.
Il culto a san Giuseppe si esprime, nella quasi totalità dei comuni dell’arcidiocesi monrealese, con la creazione delle mense per i poveri, degli altari o delle tavolate in suo onore. Le mense o altari sono quasi sempre degli ex voto per grazie ricevute. L’elemento dominante è il pane, insieme all’offerta delle primizie e all’ostentazione di prodotti vari (generi alimentari, vestiti, ecc.) che alla fine del banchetto vengono distribuite ai “santi”, cioè ai ragazzi invitati al banchetto, poiché appartenenti a famiglie bisognose. In qualche comune dell’arcidiocesi i santi sono tre, in altri cinque o addirittura sette come a Chiusa Sclafani. I santi simboleggiano la sacra famiglia, se sono solo tre, cinque anche due angeli, sette anche alcuni santi protettori cui è devota la famiglia che crea la mensa. I pani votivi, chiamati con nomi diversi a secondo dei paesi (cuddure, cucciddati, ucchialeddu), sono preparati dalle donne con varietà di forme e dimensioni e dopo essere stati benedetti vengono posti sulle mense per essere distribuiti nel giorno della festa.
Le tavole vengono allestite in due o tre ripiani sui quali vengono poste numerose portate: alimenti quotidiani come pasta, zucchero, olio, farina, uova, latte, biscotti, caffè, ortaggi, legumi, frutta secca, dolci caseari, pietanze cotte in casa. C’è anche la tavolata con fritture di tutte le pietanze tipiche di Camporeale.In nessuna mensa vi sono pietanze a base di carne per non spezzare l’astinenza quaresimale. Infatti la festa di San Giuseppe nel mezzo del periodo quaresimale costituisce una sorta di “abbuffata” e di sostanziale sospensione del digiuno quaresimale. Al centro della stanza si apparecchia la tavola per il pranzo dei tre bambini bisognosi, che nel giorno della festa rappresentano Gesù, Giuseppe e Maria, con la tovaglia più bella, tre mezze arance tagliate a stella, tre pani, vino, acqua, asciugamani ricamati e con frange che useranno coloro che imboccheranno, durante il pranzo i bambini. Le mense possono essere preparate di tasca propria o attraverso la richiesta elemosinata di soldi, cibi, vestiti quant’ altro possa essere utile per la creazione della mensa: in questo caso la mensa viene definita “addumannata” o anche “mezza-addumannata” per metà della spesa contribuisce il devoto e l’altra metà vieni chiesta ad amici, parenti, conoscenti o anche a persone che si incontrano per strada durante la questua. La questua fa parte del voto e viene in tesa come penitenza. A Camporeale le mense con l’altare possono essere di due tipi: “parate” cioè la stanza in cui è creata la mensa è occupata per intero. Essa è sfarzosa e ricca di ogni ben di Dio, “private” cioè modesta con l’addobbo di una sola parete della stanza La preparazione delle mense, soprattutto quelle “parate” può essere letta anche come espressione di ascesi sociale o di una consolidata posizione economica. Infatti preparare una mensa sfarzosa significa porsi al centro dell’attenzione dei paesani e dei visitatori esterni. Le mense si visitano la vigilia della festa. La mattina della festa i bambini, vestiti con tuniche bianche, si fanno trovare davanti la porta della chiesa prelevati dal “tammurinaru” (suonatore di tamburo) che li accompagna in chiesa per assistere alla messa insieme a coloro i quali hanno allestito la mensa. Finita la celebrazione liturgica i bambini vengono riaccompagnati alle rispettive mense e davanti ad ognuna di essa vengono recitate le cosiddette parti in dialetto siciliano. Dopo la recita delle “parti” tutti entrano in casa e il padrone di casa invita tutti a gridare: “Viva San Giuseppe, Viva”; poi si accende l’incenso e la padrona di casa fa salire il bambino che impersona Gesù su una sedia gli lava le mani, gliele asciuga, gli fa intingere due dita in bicchiere d’acqua e gli fa benedire la mensa. Dopo la benedizione ha inizio il lungo pranzo che si svolge secondo in rituale ben codificato e rigido. Infatti i tre bambini vengono imboccati da tre ragazzi o ragazze non sposati che portano sopra la spalla sinistra un asciugamano di tela bianco e ricamato. I tre bambini devono mangiare,oltre che per primi, almeno i primi tre bocconi di tutti i cibi preparati, dopo di ché si possono distribuire le pietanze a tutti i presenti. Il primo piatto che viene assaggiato dai tre bambini è la pasta con le sarde e la mollica, seguono le polpette di sarde e di uova e le fritture varie. In ultimo i dolci: cassatelle, pignoccata, sfinge, cannoli, pecorelle di pasta reale, uova di Pasqua, per concludere con la frutta fresca e secca. A conclusione del pranzo vengono prelevati i pani, dall’altare centrale, e tutto quanto è stato deposto sulle tavolate laterali e vengono dati ai tre bambini i quali, con l’aiuto dei genitori e dei parenti, portano tutto nelle loro case.
A Camporeale, come altrove, ci si prepara alla festa con un triduo, durante il quale si recita la coroncina dei sette dolori e delle sette allegrezze di san Giuseppe e il seguente rosario:
San Giusippuzzu fustivu patri,
fustivu virgini comu la matri,
Maria la rosa,
Giuseppe lu gigliu,
datimi aiutu, riparu e cunsigliu.
Prima di l’arma e poi di lu corpu
datini aiutu riparu e confortu. (bis) (ad ogni decina)
Aiutatini San Giuseppe tutto chinu di purità
aiutatini a li bisogni e a li nostri nicisittà. (per 10 volte)