Ricordi di Camporeale a cura di Calogero Zuppardo

Alcune email con ricordi di Camporeale e del Baglio inviate dall'arch. Calogero Zuppardo a Marco Sermarini e pubblicate su "Common Ground"

Ero chestertoniano e...

 

Carissimo Marco, ero chestertoniano e non lo sapevo.

Vengo da una famiglia di "burgisi", quelli che si chiavano coltivatori diretti. Una società molto dignitosa. Ognuno aveva almeno la proprietà di un pezzo di terra che gli serviva per coltivare cereali, frutta e verdure "per uso casa". Il resto della terra che poteva coltivare la prendeva dai ricchi proprietari terrieri, in gabella, una sorta di affitto pagato in natura. Per “lu burgisi” era disonorevole andare a giornata o essere impiegato come, a sua volta, non doveva avere impiegati o braccianti a giornata, tranne in particolari periodi, come il tempo della mietitura. In estate venivano, dai paesi vicini, i mietitori per essere presi a giornata, e preferivano lavorare presso i burgisi perché erano trattati come persone di famiglia. Vendere la terra era vergogna. Si comprava quella che si poteva, con incredibili sacrifici, ma non tanta da passare alla classe dei proprietari che erano un’altra cosa.

Nella piazza del paese c'erano una decina di circoli ricreativi, in tutti si giocava sempre a carte, solo in quello dei Coltivatori Diretti gli uomini che lo frequentavano non giocavano. Il tempo passava in lunghe conversazioni sull'andamento dei lavori, sulla prospettiva dell’annata e sul modo migliore di vendere i prodotti. Era normale aiutarsi e collaborare, si faceva "a survizzu canciatu" senza tanto badare quante giornate si facevano nei campi degli altri e quante giornate venivano ricambiate. Era un popolo che si caratterizzava per il decoro, l'onore, l'onestà, la religiosità e la grande laboriosità che si esprimeva rigorosamente per sei giorni alla settimana. La domenica non si indossava il vestito di velluto ma quello buono, blu o grigio e la cravatta, non si lavorava, si andava a Messa, si stava in piazza a parlare e passeggiare e si ritornava a casa a mezzogiorno per il pranzo della domenica quando tutta la famiglia, allargata ai nonni, qualche volta a zii e cugini, si ritrovava. Se c’era la carne bene! altrimenti si facevano spettacolari frittate di verdure e formaggi.

Quando, già durante gl i studi all’università, con i miei coetanei mi sono posto il problema del lavoro sostenevo che bisognava non cercare il posto al comune o alla regione ma inventarsi un lavoro autonomo. Ricordo che un amico, anche lui figlio di burgisi, in una animata disputa su posto fisso o libera professione con tristezza mi ha detto: “tu dici questo perché, per come sei tu, te lo potrai permettere!”.

Così, appena laureato, al mio paese ho tentato di mettere su uno studio interdisciplinare. Ma prima l’avvocato, poi il commercialista e infine il geometra non hanno accettato la proposta. Mi è rimasto solo il mio amico ingegnere che ha continuato con me il tentativo, in attesa del posto alle ferrovie. Attesa che non è durata molto poi nello studio sono rimasto solo.

Mi sono messo alla ricerca e a Palermo, in uno scantinato di via val di Mazzara, ho conosciuto due colleghi architetti, un po’ più giovani di me, che avevano iniziato a realizzare Vetrate Artistiche.

Ho riconosciuto in quello scantinato il luogo che cercavo. Gli ho proposto di ospitare il mio tavolo da disegno e poi di entrare in quella società di fatto che poi, con uno di loro, con quello che ha rinunciato al posto fisso, è divenuta di diritto, una S.N.C..

Per un po’ di anni è andata bene. Ci siamo comprati, in società, prima un immobile dove abbiamo trasferito il laboratorio e poi quello attiguo.

Avevamo anche quatto dipendenti che hanno completato i loro cinque anni di apprendistato. Con il mio socio eravamo e siamo molto amici ma nel tempo è emersa una diversità di vedute. Per lui era importante sforzarsi per dare ai nostri quattro ragazzi la possibilità di restare con noi da impi egati . Per me invece era importante indirizzare i ragazzi a mettersi in proprio in modo che poi potessero liberamente e il più organicamente possibile collaborare con noi. Ad un certo punto, circa nel 2000, ho deciso di cherere al mio socio di liquidare la società. Avevo idea che fosse meglio fare due laboratori, distinti come responsabilità ma che si presentassero all ’esterno come un’unica cosa. Il mio Amico non ha accettato questa ambiguità. Abbiamo diviso tutto per 2, mobili e immobili, commesse da ultimare, crediti e debiti. Ci sono stati alcuni anni difficili. Di collaborazione prima coatta e poi interrotta. Ad un certo punto mi era capitato un lavoro che sapevo bene che per farlo come andava fatto avevo bisogno del mio ex socio. Ho cercato in tutti i modi alternative ma tutte non mi lasciavano tranquillo. Una mattina mi sono deciso: ho suonato alla sua porta e gli ho detto: “ho bisogno di te”. Mi ha fatto accomodare e gli ho prospettato il lavoro. Una serie di

vetrate che raccontano la vita di un giovane del quale è in corso il processo di beatificazione. Il lavoro è andato benissimo e la collaborazione è ripresa. Una notte mi sono svegliato con un’idea e non sono più riuscito ad addormentarmi . La mattina ho proposto a Roberto di fare un buco nel muro che separa i nostri laboratori per collocarvi una campana con due corde in modo che chi se lo ricorda la suoni per richiamare l’altro a recitare l’Angelus. Una volta, dopo l’Angelus Roberto mi ha detto: “finalmente ho capito perché ci siamo separati: Perché altrimenti la campana non avrebbe senso”.

Quando nel ’94 abbiamo costituito l’associazione di architetti, artisti ed artigiani è stato il nostro amico pittore Americo Mazzotta a suggerire il nome.

A lui come a tutti parlavo del Baglio che è al centro di Camporeale dove sono nato. Nel Baglio avevo organizzato un convegno dal titolMacondo o Eden. Macondo dal libro di Marquez, Centanni di solitudine. Eden dalla Bibbia: “Il Signore Dio fece l’uomo e lo pose nel giardino di eden perché lo coltivasse e custodisse”.

Recentemente gli amici di una cooperativa agricola del mio paese mi hanno chiesto una pagina da inserire nel loro sito (valdibella.com) che ti invio con mail successiva.

Da quasi venti anni Il Baglio è uno spazio comune condiviso dove si affacciano idealmente alcune centinaia di studi professionali e botteghe artigiani. È un grande arco che ha prima attraversato lo stretto di Messina e poi gli oceani.

 

 

 

Carissimo Marco, questa mattina sono arrivato a leggere a pag. 79 del capitolo 2 della seconda parte del libro “Il profilo della ragionevolezza” del nostro ormai

comune amico G. K. Chesterton. La lettura è stata per me particolarmente illuminante nel punto dove è scritto:

… Sono convinto che sulla mia rozza mappa la fattoria sarà indicata con più

chiarezza di quanto non avvenga per il Paradiso Terrestre sulla carta di William

Morris; e credo che in confronto alle sue “Notizie da nessun luogo” queste si

possano chiamare a ragion veduta delle “Notizie da qualche luogo”.

Ieri sera avevamo svolto il Consiglio Direttivo dell’Associazione Il Baglio.

Non è stato per me bello, perché ero preoccupato di come districarmi tra

adempimenti statutari e fiscali. 

Giovanni, uno dei componenti, ha detto: “Il punto non è cosa e come fare

ma a cosa e a chi serve”. Era questa una domanda alla quale ieri sera non

avevo una chiara risposta. Risposta che questa mattina ho trovato nelle righe

sopra riportate. Infatti a rivedere la “Posta del Baglio”, della quale

abbuiamo già inviato il numero 116, capisco la sua importanza come

“Notizie da qualche luogo” e capisco l’importanza di difendere l’esistenza di

questo luogo fatto di tanti luoghi, che si trovano in vari luoghi e che

affettivamente ed effettivamente si affacciano su un unico spazio comune

dove, in vario modo si lavora in compagnia.

Ciò non elimina la domanda su cosa e come fare e, leggendo oltre nel capitolo, capisco che bisogna fare uno sforzo immaginativo per riorganizzare

e rinominare, fuori da schemi impostici, questa cosa che abbiamo chiamato Il

Baglio. Perché al “monopolista che ci vuole impedire di vendere le uova

possiamo rifilare le rape o qualche libro”. In questo ti chiederò un aiuto.

Con affetto all’amicizia che ci ha coinvolti

CENTOVENTICINQUE ANNI DI COMPAGNIA.

 

Nell’estate del 1642 sette fratelli della Compagnia di Gesù provenienti da

Roma giunsero nella Valdibella, nei pressi dell’attuale Camporeale, e si

insediarono nelle case del limitrofo piccolo feudo di Macellaro. Alle spalle

avevano la prestigiosa Università Gregoriana dalla quale traevano una

straordinaria visione globale della realtà: "Il bene quanto più è

universale, tanto più è divino", si legge nella loro Costituzione approvata da

appena 20 anni. Erano animati da straordinario entusiasmo perché vedevano che la fede diventava novità nella vita concreta e spinta verso intelligenti e innovative costruzioni. 

Così, di stagione in stagione, quei fratelli e i loro successori , organizzarono un’azienda agricola di straordinaria efficienza instaurando

nuovi rapporti di lavoro con i contadini, sperimentando tecniche di coltivazione

e introducendo sementi e varietà arboree . Grande importanza attribuivano alla coltivazione dei vigneti, come dimostrano le tante spese per pagare innestatori, che

facevano venire da molto lontano, annotate nei loro libri contabili. Il vino

che producevano era di ottima qualità perché era destinato alle loro case

sparse nel mondo e alle tavole più illustri che i loro superiori non di sdegnavano di frequentare.

Amavano l’arte e la ricerca ed erano amati dal popolo che aiutavano a crescere secondo la sua naturale indole laboriosa e attaccata alla terra e alla famiglia.

Nell’inverno del 1767, un Regio Decreto ne ordinò l’espulsione dal Regno delle Due Sicilie, un funzionario inventariò i beni confiscati e oltre a cantine, botti e stringitoi per l’uva, annotò quattro vigneti con complessivi centottomilacentottanta vigne.

I Fratelli della Compagnia di Gesù lasciarono un imponente Baglio, ricco di attrezzature, provviste e raffinate opere d’arte; un fertilissimo territorio del quale avevano scoperto la vocazione e, nel cuore degli uomini, il desiderio di felicità e la tenacia nel perseguire la perfezione. Questa è l’eredità ideale e materiale raccolta

oggi dalla Cantina Valdibella di Camporeale.

A Camporeale, il paese dove sono nato, c’erano schiere di casette contadine addossate l’una all’altra a forma restrade rettiline e che ripidamente scendevano o salivano per la collina penetrando nella campagna arata d’autunno, seminata d’inverno, zappata in primavera e mietuta d’estate. Erano tutte uguali, fatte di

pietrame informe e imbiancate con la calce. Al centro del paese, nella parte più alta della collina, dominava il Baglio costruito dai Gesuiti tra il 1642 e il 1767. Costruito con solide pietre squadrate era grande quanto mille casette, le mura mi sembravano

altissime e quello verso la vallata, dove i vecchi dicevano che c’era la torre

crol lata con un ter remoto, era rafforzato da possenti contrafforti. Si entrava negli atri, dove c’erano le botteghe degli artigiani, da un grande arco con il trigramma nella chiave di volta. Con i miei numerosi compagni di gioco simulavo assedi e incursioni e ci spingevamo tra mura pericolanti e cunicoli bui dove speravamo di trovare il tesoro.

I nostri nonni ci raccontavano che nel baglio vivevano i gesuiti che erano tanto ricchi da arare la terra con vomeri d’oro e che il re per invidia e per rubarli li cacciò dal Regno delle due Sicilie; ma essi riuscirono a nascondere il loro tesoro. I miei compagni di gioco avevano tanti fratelli, io invece ero figlio unico e assetato di compagnia. Nel 1966 sono stato mandato a Palermo per studiare all’Istituto Statale

d’Arte. In un bellissimo edificio del centro antico dove i laboratori di decorazione pittorica, arti plastiche, dei metalli e del legno si affacciavano in

una grande corte porticata. Mi sembrò il Baglio come doveva essere al tempo

dei Gesuiti. Tra i professori era forte il contrasto fra chi tentava di continuare

la gloriosa tradizione del variegato artigianato siciliano e chi si spingeva

verso avanguardistiche ed esterofile sperimentazioni. In ognuno era

comunque forte la carica ideale di quegl’anni, quando si credeva che

contestando si poteva cambiare il mondo. La professoressa Sofia Cuccia

ci voleva bene e amava la Storia dell’Arte che insegnava. Nelle sue

lezioni esaltava il cantiere medievale, la bottega rinascimentale e poi le scuole

romantiche come quella di Barbissau e razionaliste come il Bauhaus coltivando

in me il desiderio di un luogo dove lavorare in compagnia. La mia tesi di

laurea in architettura, guidata dal mio grande maestro e compianto amico

prof. arch. Giuseppe Susani, è consistita nel rilievo del Baglio e nello

studio della vicenda dei gesuiti. Mi sono appassionato e ho letto tutti i libri

che, confiscati dal funzionario regio al momento dell’espulsione del 1767

sono conservati nell’Archivio di Stato che ha sede in un ex convento

francescano confiscato dallo stato italiano dopo Garibaldi e l’Unità. Il

professore, che era un convinto marxista ma rispettava e forse invidiava

il mio essere cattolico, tentava di richiamarmi al realismo raccontandomi

spesso degli utopisti dell’800 come Owen. Ora capisco che aveva ragione

perché il desiderio che mi covava dentro non poteva essere realizzato se

non con un fattore che lui (forse) escludeva: la Grazia di Dio.

Nel 1983, inseguendo la ragazza che ora è mia moglie, sono capitato al Meeting di Rimini. Qui ho visto che quello che desideravo, e che stava già diventando nostalgica utopia, era possibile perché presente in una “Grande e bella compagnia”.

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